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Nel 1967, appena venticinquenne, Peter Handke dava alle stampe un volume che prendeva il titolo dal significativo racconto di apertura della raccolta, Begrüßung des Aufsichtsrats.

Tra le poche pagine che compongono l’Indirizzo di saluto al consiglio di amministrazione – questo, pressappoco, l’equivalente italiano del titolo del racconto – lo scrittore austriaco tracciava il diagramma per nulla lineare di uno stato di crisi e malessere che, a poco a poco, fra attacchi di panico, stress, febbri fredde e caldi presagi, osserva ramificarsi da corpo a corpo e da nervo a nervo. Da quelli dell’amministratore delegato protagonista della storia a quelli dell’edificio in cui aveva sede il consiglio che avrebbe dovuto disporre l’erogazione dei dividendi. …


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In un lavoro destinato al grande pubblico, Il tramonto della rivoluzione (Il Mulino, 2015), Paolo Prodi poneva una questione: come è stato possibile che, nel volgere di pochi decenni, la parola “rivoluzione” sia caduta talmente in disuso al punto da diventare «quasi soltanto oggetto d’antiquariato o di vignetta satirica»?

Nessun linguaggio politico parla di più di rivoluzione. Né i suo soggetti la praticano.

I politici parlano di “movimento”, “mutamento”, “riformismo” e "riforme". Ma sono parole vuote, meri performativi del nulla. Quando usano il termine «rivoluzione», osservava Prodi, lo usano al passato. E cosí anche i «movimenti eversivi o che vorrebbero essere tali, tutti i movimenti di opinione che lottano contro la struttura della societá attuale, tutte le tendenze che vengono connotate come "anti-politica" evitano per lo piu questo termine o lo usano in modo metaforico o allusivo», mentre soltanto pochi anni fa «rivoluzione» era la parola chiave di ogni movimento di popolo. …


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“Quale forza contenuta nella cosa donata fa sì che il donatario la ricambi?” si chiedeva all’inizio del secolo scorso Marcel Mauss. Possiamo oggi riproporre la domanda, ricordando però che la reciprocità che fonda l’economia del dono non si riduce a uno scambio tra due individui. La reciprocità genera un terzo elemento: la relazione. Se questa relazione sarà generativa, avremo un’economia del dono. Se si limiterà a un generico e momentaneo sfogo di buone intenzioni, non avremo generatività, ma stagnazione.

Ne parliamo con l’antropologo Mark Anspach, autore di Cosa significa donare? (Guida, 2018).

Il dono “non basta”, serve una reciprocità del dare. Ci può spiegare questo passaggio?
La reciprocità è una costante nelle relazioni umane. Può essere quella negativa della vendetta — in cui viene ricambiato un colpo ricevuto — o quella positiva del dono. L’idea che il dono più autentico escluda la reciprocità mi sembra sbagliata e anche paradossale. Dopotutto, se c’è più gioia nel dare che nel ricevere, non sarebbe ingeneroso privare di questa gioia il destinatario del dono? Il bello del dono è che fa nascere il desiderio di dare a propria volta. Ma la reciprocità non prende sempre la forma di uno scambio diretto. Chi riceve un dono può farne uno a un terzo, alimentando così una catena di reciprocità positiva che coinvolge sempre nuove persone. …


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«Credo davvero a quello che dico di credere, o a quello che dovrei credere da membro della comunità cristiana? Non sto parlando delle dottrine etiche proprie di Gesù e della testimonianza neotestamentaria. La visione evangelica di una società fondata su onestà, giustizia e compassione ha, infatti, un senso altissimo e urgente. Né ho grandi problemi legati alle controverse dottrine etiche e pratiche della mia chiesa».[1]

Con queste parole, il teologo cattolico Paul Knitter, che non ha mai lesinato critiche anche sul piano etico alla “sua” chiesa,[2]esplicita e al tempo stesso non sottrae a un livello esperienziale più profondo una questione che egli stesso non esita a definire “cruciale”. …


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«Ciascuna porzione della materia può essere concepita come un giardino pieno di piante, o come uno stagno pieno di pesci. Ma ciascun ramo della pianta, ciascun membro d’animale, ciascuna goccia dei suoi umori è tuttavia un tale giardino, o un tale stagno» - Gottfried Wilhelm Leibniz, Monadologia, 67


Big Data e sicurezza. Una partita sempre più aperta

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Palantir — in Quenya, l’antico elfico, una delle lingue inventate da J. R. Tolkien — letteralmente: «coloro che sorvegliano da lontano». Pietre veggenti attraverso cui leggere eventi futuri, passati, presenti.

I nomi, si sa, non vengono a caso a chi ha testa per pensare e mezzi per agire. Peter Andreas Thiel, per esempio. L’allievo di René Girard, già consulente di Credit Swisse, co-fondatore di piattaforme (PayPal), angelic investor del primo Facebook e LinkedIn ha vista lunga, intuito fino, capacità d’azione e di visione. E buon gusto per i nomi.

Come chiamare, allora, una società di intelligence avanzata e analisi sui big data, fondata quando di big data ancora non si parlava, fornitrice di governi e agenzie di mezzo mondo? …


Parole più che mai attuali quelle con cui, nel marzo 2020, Ernesto Ottone, direttore generale aggiunto per la cultura dell’Unesco, poneva il tema: la cultura è un bene essenziale o sacrificabile, un bene comune o un bene di mero consumo? Un capitale relazionale o un semplice prodotto?

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Le istituzioni — non solo quelle italiane, in verità — sembrano trattarla alla stregua di un settore da sussidiare più che da sostenere in un momento di necessaria evoluzione e passaggio.

Anche nella Francia toccata da una doppia crisi — alla pandemia sanitaria e sociale, si aggiunge quella delle violenze integraliste — il tema è al centro del dibattito. Eppure, nel suo discorso alla nazione di mercoledì 28 ottobre, Emmanuel Macrona non ha mai menzionato la parola “cultura”. È stato il Primo Ministro Jean Castex a prendersi l’onere, il giorno seguente, di spiegare che «cinema, teatri, sala da concerto, musei, librerie e bibilioteche non sono beni essenziali».


La disuguaglianza uccide: ecco perché dovremmo occuparci (e preoccuparci) della transizione biologica

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Quando il sociale si incarna nel biologico, le disuguaglianze diventano violenza strutturale e vengono istituzionalizzate. Un tema enorme per il Terzo settore, portato all'attenzione dall'ultimo libro di due scienziati, Carlo Alberto Redi e Manuela Monti

La disuguaglianza uccide. Detto con una certa brutalità: i ricchi non solo vivono meglio, ma vivono di più. …


C’è solo un modo, spiega il sociologo Evgeny Morozov, per rendere davvero incisiva la nostra critica all’ideologia della Silicon Valley: affrontare il problema economico e finanziario, ma ricordando il ruolo sempre più importante che i “signori del silicio” rivestono nell’architettura del sociale

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Il punto non è che le promesse della Silicon Valley siano false o fuorvianti, anche se spesso lo sono, ma, spiega Evgeny Morozov, «che quelle promesse possono essere comprese solo se inquadrate in un contesto più ampio». E questo contesto è dato — né più, né meno — dalla «scomparsa dello Stato sociale» e dalle danze che si sono aperte sulle sue macerie.

Tra due rive

Il ricercatore bielorusso non è mai stato tenero con i signori del silicio. Ma oggi che la sua voce canta un po’ meno fuori dal coro — perché il coro delle critiche si sta ingrossando, giorno dopo giorno, su più livelli: dalla pubblicistica colta all’ingegneria sociale più raffinata — l’attenzione attorno al tema è insperabilmente cresciuta. Diventa allora interessante seguire Morozov, magari partendo dal suo ultimo libro (Silicon Valley: i signori del silicio, traduzione di Fabio Chiusi, Codice edizioni), per avviare un dibattito franco e informato sugli effetti e i dilemmi tragici delle nuove tecnologie sull’architettura sociale. Semplice? …


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L’esperienza dello spazio mobilita le nostre risorse fisiche, sensoriali, cognitive, economiche, sociali e culturali. È un’esperienza totale. Ma l’esperienza dello spazio contemporaneo non è fatta solo di punti fermi, ma anche di movimento, comunicazione e interazionecon altri esseri umani, con forme e paesaggi.

Non ci insediamo più in un luogo nella forma del radicamento, ma lo attraversiamo. Michel Lussaultinsegna all’Università di Lione e alle forme e alle pratiche di questo attraversamento ha dedicato il suo ultimo libro, Iper-luoghi. La nuova geografia della globalizzazione (edizione italiana a cura di Emanuele Casti, Franco Angeli, Milano 2020).

In un iper-luogo, nozione coniata proprio da Lussault, la geografia diventa quella delle persone che interagiscono: è la coreografia dei loro modi di fare, di gestire le distanze e le collocazioni, di separarsi e di mettere in comune qualcosa. Anche solo per pochi istanti. Il bisogno di aggregarsi e di fare insieme si rafforza nella misura in cui la mondializzazione si afferma: questo rende gli iper-luoghi spazi privilegiati di comprensione e di azione. …

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Marco Dotti

Propaganda ends when dialogue begins: research on #ethics #welfare #communication at @unipv, @tikkun_com @VITAnonprofit & @IstitutoHavel

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