Come crollano le società?

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Nel 1967, appena venticinquenne, Peter Handke dava alle stampe un volume che prendeva il titolo dal significativo racconto di apertura della raccolta, Begrüßung des Aufsichtsrats.

Tra le poche pagine che compongono l’Indirizzo di saluto al consiglio di amministrazione – questo, pressappoco, l’equivalente italiano del titolo del racconto – lo scrittore austriaco tracciava il diagramma per nulla lineare di uno stato di crisi e malessere che, a poco a poco, fra attacchi di panico, stress, febbri fredde e caldi presagi, osserva ramificarsi da corpo a corpo e da nervo a nervo. Da quelli dell’amministratore delegato protagonista della storia a quelli dell’edificio in cui aveva sede il consiglio che avrebbe dovuto disporre l’erogazione dei dividendi. Fino a intaccare – verrebbe facile dedurre – l’intera nervatura del corpo sociale.

In termini generali, una crisi si produce quando un mondo nuovo è sul punto di nascere, ma tarda a nascere, e il vecchio è sul punto di scomparire – ma tarda a togliersi di mezzo. Ma torniamo a Handke.

Ad ogni tentativo di tranquillizzare gli azionisti, l’amministratore di Handke si contraddice, non riuscendo ad apparire né tragico, né ridicolo, ma semplicemente inadeguato. L’amministratore, per maschera professionale reputato capace di collocare ogni informazione nel contesto che le compete, è al tempo stesso vittima e concausa di questa crisi. Crisi che è, a sua volta, crisi della regola e dell’eccezione, ossia del fine e dei mezzi (un consiglio straordinario etc.) solitamente usati per uscirne. L’impossibilità di capire si fonde qui, però, con l’impossibilità di agire in una retroazione perversa dove l’effetto stesso (le parole, la convocazione della seduta, le contraddizioni, la sonnolenza che domina la scena) di reazione interviene ex post in quanto causa.

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L’amministratore infatti non farà un discorso politico – si preoccupa di rassicurare, anche se in forma impolitica, pertanto tecnica. Si limiterà all’attestazione dell’esistente, anche se quell’esistente si sbriciola a ogni sguardo che vi si soffermi più del tempo stabilito. Benché si premuri di parlare con i soli strumenti della professione, quella che officia sembra un’immensa parata funebre, dove alle liturgie si sono sostituite le formule inutili e vuote di un rito che nessuno comprende più. Anche l’edificio, sostiene l’amministratore, è sano. Lo scricchiolìo che si avverte è per lui solo un rumore da nulla, è solo il tetto, è solo il vento, è solamente qualche animale che ha trovato riparo in una fessura o nel camino.

I rumori operano sempre così, toccando la zona più bassa del corpo, là dove si agitano la bile e la paura, per questo “chiamano” rassicurazioni quasi infantili.

Le parole di commiato rivolte dal protagonista (o vittima?) di Handke alla sua assemblea di anime mute e assenti sono parimenti contraddittorie, ma forse ancora più indicative, per i suoi, ma soprattutto per i nostri tempi. Mentre invoca la calma, uno stato di agitazione lo pervade: «Vi prego di rimanere ai vostri posti per non far vacillare il tetto camminando. State calmi ai vostri posti. È soltanto l’impalcatura che scricchiola. Ho detto, l’impalcatura scricchiola; ho detto che dovreste restare calmi ai vostri posti per non far crollare l’edificio. Ho detto che ho detto che dovreste restare calmi ai vostri posti. Ho detto che ho detto che ho detto che dovreste restare ai vostri posti! Vi porgo il mio saluto. Porgo il mio saluto a tutti voi che siete venuti per i vostri dividendi».

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