Toccati prima di aver detto “io”​: Eva e i frutti maturi dell’intelletto

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Interrogata sulle ragioni dello scrivere, Jeanne Hersch, rispondeva che comporre «qualcosa di originale, per me, è sempre un’impresa terribile. La pagina bianca si difende, fa paura. Ma quando per troppo tempo mi limito a tradurre sono presa dall’impazienza. Sento la mancanza del rischio, forse della paura».

Testo originariamente apparso con il titolo “Tra Eva e noi, i frutti maturi dell’intelletto” su il manifesto, 4 gennaio 2005

Tra le sale del museo Rolin di Autun, nella Borgogna meridionale, è tuttora possibile ammirare quanto rimane di un bassorilievo che, agli esordi del dodicesimo secolo, ornava il portale nord della Cattedrale di Saint-Lazare. Si tratta dell’ Eva di Gislebertus, capolavoro romanico, primo nudo femminile nella storia della scultura cristiano-europea. Sognante e distesa, Eva si mostrava ai pellegrini -che accorrevano da tutta la Francia adagiata su un gomito e sulle ginocchia, quasi non avesse ancora trovato il tempo debito, più che la forza, per sollevarsi in piedi.

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Gislebertus

Tutto il suo corpo, scrive Jeanne Hersch in una delle cristalline annotazioni poetiche che compongono La nascita di Eva (saggi raccolti e tradotti da Federico Leoni, Interlinea, Novara 2000), «conserva il torpore della sua eternità originaria», e una sensualità sovversiva, insubordinata ma non scissa dalla sensualità dell’Eden. L’Eva di Autun sorge da nessun luogo, «era nessun luogo» e mentre tutte «le altre Eve sono colpevoli subito, e solo più tardi vengono cacciate», lei, invece, si offre immediatamente «alla colpa, all’esilio, all’esistenza».

Ha gli occhi aperti, ma il suo sguardo è all’apparenza incurante del gesto che la mano sta per compiere, afferrando il frutto proibito che si trova alle sue spalle. Eppure, nell’impercettibile contrazione della palpebra sinistra si condensa un’attenzione radicale — lo sguardo di Eva è “assente a sé per troppa attenzione”, chiosa l’allieva di Jaspers — come se tutto il volto si preparasse all’ascolto di un gesto finalmente capace di separarla e distinguerla, e anche la più piccola fibra del viso si apprestasse a farsi carico della nascita di questo ascolto. Con una mano, afferra il frutto, con l’altra tocca se stessa, o meglio: si sente toccata e si scopre prima ancora “di aver detto io”.

«Nuotatrice tra le acque dell’eternità e quelle del tempo, nuotatrice appena nata che già scivola, già ha quel gesto, quella colpa, dietro di sé». Senza di lei, senza il “gesto terribile” della disobbedienza compiuto da una mano sola, celata allo sguardo, nulla avrebbe avuto inizio: «nessuno sarebbe morto, nessuno avrebbe scelto, vissuto, amato».

Un gesto che inaugura un presente assoluto, e che, con la fine «del presente eterno», segna la condizione, e il paradosso, di una realtà in cui non sarà più dato vivere «né con il tempo, né senza, né contro di esso».

A questo presente che vive —«punto pullulante dell’origine continua», secondo le parole di Mario Luzi — Roberta De Monticelli ha dedicato alcuni tra gli spunti del suo L’allegria della mente (Bruno Mondadori, Milano 2004). Un lavoro che, a partire dall’esplicito richiamo del titolo —«nutre la mente soltanto ciò che la rallegra», si legge nel tredicesimo libro delle Confessioni — si pone in dialogo con Sant’Agostino, e mette Agostino in dialogo con alcune delle menti filosofiche più vivaci — “intelligenze cherubiche”, verrebbe da dire nei casi della Weil o Hillesum — del XX secolo. Se, da un lato, la comparazione mostra la pregnanza attualissima del lascito agostiniano — specificamente sulle categorie del tempo, della profondità e della cura -, dall’altro rivela l’assoluta irriducibilità del suo pensiero a una mera “questione di fonti”.

Come è noto, in Agostino convergono tradizione neoplatonica ed ebraica, mediata dalla riflessione paolina, ma egli si rivela nella sua grandezza soprattutto come pensatore dell’ esperienza dello spirito. Tra i vari aspetti che concorrono a definire questo “pensiero dello spirito” — di cui l’ allegria, è segno e speranza — se ne trova uno che, osserva l’autrice (attenta a liberare il campo da fraintendimenti e abusi terminologici), dovrebbe interessare particolarmenteil filosofo, e risiede nel fatto «che il filosofo vuole portare alla luce del pensiero l’essenza di ogni cosa, e fra le cose che più gli interessano ci siamo noi, le persone».

«Gettare luce su ciò che è oscuro» lasciando «intravedere l’irriducibile e l’inesauribile attraverso pensieri chiari» è, d’altronde, proprio uno dei motti più cari a Jeanne Hersch che, in quest’esigenza-urgenza di elucidazione, allude forse a una particolare declinazione dell’agostiniana “allegria” (non a caso imparentata con alegrar, l’alleggerire festoso). Motto, quello della “signora dei paradossi”, che segna non una crisi, ma un più sottile disagio della teoria, particolarmente vivo in ambito filosofico dove la ricerca “sconfina spesso nell’irriducibile (ad altro, meglio noto) e nell’inesauribile (in un concetto o in una teoria”.

A Paul Valèry questa impasse appariva come una “ostuzione”, un’irregolarità nel «regime musicale della parola». Un’incapacità — forse apparente — di accordarsi col “ritmo interno”, con l’altro tempo del regime estetico dell’esistenza che ogni genuino “stato di poesia” richiede e impone. Una specie di memoria del presente, una «memoria della sua durata» («luce degli intervalli di durata«, è la definizione che Agostino dà della memoria), come nel gesto dell’Eva di Autun, quasi un’eco delle parole che Weil affidava al suo testo sulla grazia: «Non essere che il tramite fra la terra incolta e il campo coltivato, fra i dati del problema e la soluzione, fra la pagina bianca e la poesia, tra lo sventurato che ha fame» e chi, forse non meno sventurato, alla sua fame ha saputo dare solo un momentaneo conforto.

Interrogata sulle ragioni dello scrivere, Jeanne Hersch, rispondeva che comporre «qualcosa di originale, per me, è sempre un’impresa terribile. La pagina bianca si difende, fa paura. Ma quando per troppo tempo mi limito a tradurre sono presa dall’impazienza. Sento la mancanza del rischio, forse della paura».

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