Géza Szőcs. Sette enigmi in sette risposte, sette risposte in sette enigmi

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Esiliato in Svizzera dal 1986 al 1990 per attività ritenute sovversive, il poeta romeno di lingua ungherese è scomparso a Budapest all’età di sessantasette anni. Ripropongo qui un dialogo, in forma breve, con Géza Szőcs. Risale al 2017

Lei fa parte di una minoranza. Che cosa significa, oggi, e che cosa ha significato in particolare per il suoi lavoro letterario?Essere parte di una minoranza significa fare parte di una differenza linguistica, culturale e mitica. Nel mio lavoro di scrittore ho trovato stimoli nel penetrare altre culture, lingue,miti e mi ha permesso di tentare di illuminare la possibile unicità collettiva del mio essere.

Che cos’è la Transilvania per lei? Per noi è terra del mito…
La Transilvania fu la prima terra a considerare come praticabili tutte le religioni. La presenza di sassoni, romeni, zingari e ungheresi ha reso, un giorno, questa terra una babele della libertà spirituale.

C’è chi la considera preveggente, sul collasso delle dittature, sulle migrazioni…
Poesia e profezia derivano dalla stessa “mania” (possessione). A volte si tratta di previsioni ludiche, come accadde quando previdi nel mio dramma Rasputin (2013), tradotto in italiano e rappresentato a Varese, che il campionato di calcio britannico nel 2014 sarebbe stato vinto dal Manchester City. A volte, invece, si tratta di drammatiche previsioni come quella del crollo dell’Unione Sovietica.

«Bach non ha bisogno di un ascoltatore. / Al tempo non serve una pendola. / Bach non ha bisogno di pubblico / né l’ente assoluto di esistere… A che serve una scala all’uccello. / Bach non ha bisogno di ascoltatori / né l’amore di dichiarazione, di corpo, di diletto, di sesso, di guscio, di nozze» — Géza Szőcs

Poeta e poliglotta, traduttore e autotraduttore: come vive il suo rapporto con la lingua dell’altro e con la poesia dell’altro?
Essere bilingui, o addirittura multilingui, significa avere molte menti e molti cuori, con tutto ciò che ne deriva.

Il suo rapporto con le forme mitiche è molto forte, ma si nota una grande ricerca di sperimentazione nei suoi versi. Come si tiene in equilibrio fra queste due esigenze (forma e innovazione) ?
Tutta la poesia, come tale, è sperimentale. Io miro a imporre un rapporto simbioticotra la forma tradizionale e la trasgressione dei limiti linguistici , il rinnovamento delle combinazioni verbali codificate.

Recentemente lei ha visitato la tomba di Pier Paolo Pasolini, cosa ama di questo autore?
Pasolini ritenne che la cultura media sia sempre corrotta. Io penso, come lui,che solo una verità soggettiva possa sfidarla e che la verità assoluta sia quella imposta dalle tirannidi.

Proprio nel cinema nell’Edipo Re, Pasolini usa dei canti funebri rumeni, ripresi dalla ricerca di Costatin Brailoiu. Come se tra le arti ci fosse un continuo flusso, magari sotterraneo, di energia. Che ne pensa?
Sono d’accordo. Il flusso di energia scorre sotto le parole, le lingue, le immagini,le costruzioni sonore della musica. Il poeta, come tale, tenta di coglierne l’impossibile versione sintagmatica.

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