L’inchiesta. I farmaci oppioidi che ci fanno schiavi

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L’aspettativa di vita in America è scesa come ai tempi dell’epidemia di spagnola. I suicidi e il legame possibile con una sanità fuori controllo. L’Aumento delle prescrizioni anche in Europa

Originally published at https://www.avvenire.it on January 17, 2020.

Ci sono prodotti che sono ben più che oggetti o beni di consumo. Prodotti che “esigono da noi qualcosa di eccessivo e di impossibile” e che, con questa loro pretesa di devota obbedienza, osserva Günther Anders nel suo ‘L’uomo è antiquato’ (1956), “ci spingono in uno stato patologico collettivo”. Se la diagnosi di Anders è vera, e i fatti non sembrano smentirla, lo è a maggior ragione per quei prodotti che, come gli oppioidi sintetici, il cui consumo è in crescita in tutti i Paesi dell’Occidente, si insediano nelle pieghe del quotidiano e ridefiniscono radicalmente non solo i nostri stili di vita, ma le forme stesse del vivere. Privato e comune.

Travis Rieder, ricercatore del Johns Hopkins Berman Institute of Bioethics, nel recente ‘In Pain. A Bioethicist’s Personal Struggle with Opioids’ (HarperCollins), ha descritto il fallimento di un intero dispositivo di presidio clinico del dolore. Rieder racconta la propria storia, una storia normale di un normale professore che, dopo un incidente in moto e numerose operazioni, si ritrova dipendente. “Avevo domande, mi davano prescrizioni di oppioidi” spiega. Nessun preconcetto, solo la cartografia dello scacco matto all’idea utilitaristica che l’equilibrio morale-mentale dell’homo consumens si possa ancora imperniare sul consumo critico. Nulla di più sbagliato. Chi prende autocoscienza della propria dipendenza, racconta Rieder, inizia un percorso labirintico tra cliniche, con l’assunzione di opioid overdose reversal medication. Oltre al danno, la beffa: i farmaci di contrasto sono prodotti da succursali delle aziende accusate di aver dato origine alla crisi. È il caso della Mundipharma, associata della Purdue Pharma posseduta dalla famiglia Sackler e finita a giudizio negli Usa perché accusata di aver svolto un ruolo chiave nell’attuale crisi degli oppioidi. Mudinpharma, scrive l’Ap, “sta lavorando per dominare il mercato del trattamento da overdose di oppioidi” ed è riuscita a far approvare in Europa uno spray nasale al naloxone commercialmente chiamato Nyxoid.

Il cuore dell’opiod crisis negli Usa e in Europa non chiama ovviamente in causa le cure palliative del dolore oncologico, ma i trattamenti del cosiddetto ‘dolore benigno’: dolori acuti o cronici come l’osteoartrosi, il mal di schiena (colpisce circa 15 milioni di italiani) o la fibromialgia diffusi nella popolazione. Questi ‘mali comuni’ rappresentano un mercato potenzialmente enorme per Big Pharma. Basta guardare i pur frammentari dati europei per capire la loro tendenza espansiva. Nei Paesi Bassi le prescrizioni di oxicodone sono raddoppiate in tre anni, mentre quelle di oppioidi in Gran Bretagna sono aumentate del 127% tra il 1998 e il 2016 al punto che, oggi, un inglese su 4 usa farmaci ‘additivi’. In Spagna il consumo di oppioi- di è aumentato dell’84% tra il 2008 e il 2015, mentre in Norvegia l’eroina era ritenuta responsabile della metà dei decessi per droga nel 2006, ma nel 2017 è scesa al 20% mentre i farmaci diventavano causa del 17% dei decessi. Nel Paese simbolo del welfare scandinavo, nel decennio 2006–2016 si è registrato un aumento del 279% delle prescrizioni di oxicodone e del 218% di tramadolo.

Quando abbiamo a che fare con un potente driver di cambiamento comportamentale come il dolore è inevitabile che le abitudini di consumo vengano ingegnerizzate attraverso attente sceneggiature comportamentali: accumulare milioni di utenti non basta più e le corporations hanno scoperto che il loro valore economico è una funzione della forza delle abitudini che costruiscono. L’uomo, osserva Joanna Bourke, autrice di ‘The history of Pain’, è passato “dalla preghiera all’antidolorifico” perdendosi tutto ciò che sta nel mezzo. Ossia tutto, umanità compresa. Per Bourke il dolore fonda il riconoscimento morale: “È uno di quegli eventi che sperimentiamo e testimoniamo e che partecipa alla costituzione del nostro senso di sé e dell’altro”.

Gli oppioidi sono habit-forming products perfetti: fidelizzano senza se e senza ma i loro consumatori, spazzando via la membrana fra uso e addiction. Una tesi in gran parte confermata da una corposa analisi statistica condotta all’Università di Pittsburgh e pubblicata a fine ottobre: i medici che ricevono omaggi dalle aziende farmaceutiche produttrici di medicinali oppioidi hanno più probabilità di prescriverli ai pazienti. Per il bio-business è il cerchio perfetto. “Ogni 100 americani, nel 2017 sono state compilate 58 ricette di antidolorifici oppioidi”, spiega Mara Hollander, che ha condotto la ricerca. Il prezzo da pagare per la società è altissimo: negli Usa, il tasso di neonati con sindrome da astinenza neonatale (Nas) è di 6,7 per 1.000 nascite in ospedale, con un costo per il sistema sanitario di oltre mezzo miliardo di dollari l’anno.

In ‘Deaths of Despair and the Future of Capitalism’, in uscita per Princeton University Press, gli economisti Anne Case e il Nobel 2015 Angus Deaton mostrano che negli ultimi due decenni i morti per disperazione, tra cui fanno rientrare quelli causati dalla crisi degli oppioidi, sono aumentati esponenzialmente. L’aspettativa di vita, negli Usa, ha subito un crollo che non si registrava dall’epidemia di spagnola del 1918. Gli studiosi attribuiscono le cause alla stagnazione dei redditi, alle diseguaglianze cultural-economiche e all’aumento dei premi dell’assicurazione sanitaria che spingono verso l’automedicazione con oppioidi da strada (eroina). Disuguaglianze che il ‘sogno del capitalismo’ non riesce più a colmare, anzi. Ma non tutti concordano. n particolare, Christopher Ruhm dell’UIniversità della Virginia, in un paper titola- to ‘Deaths of Despair or Drug Problems?’ contesta la lettura economicista delle morti per disperazione. Disoccupazione, impoverimento e precarietà dei sistemi di welfare — nonostante gli Usa abbiano la spesa sanitaria annua procapite più alta al mondo: 10mila dollari — spiegherebbero meno del 10% dell’aumento della mortalità che, al contrario, per l’ex consulente economico della Presidenza Clinton troverebbe la sua ratio nelle falle sul controllo delle prescrizioni mediche di oppioidi per i mali comuni come il mal di schiena. Ricercatori delle università della Pennsylvania e Notre Dame hanno infine studiato gli atti della causa contro Purdue Pharma. Conclusioni: il marketing spregiudicato delle big pharma corporations avrebbe agito da moltiplicatore nelle prescrizioni di oppioidi, essendosi queste concentrate soprattutto su quegli Stati che non prevedono un sistema incrociato delle ricette mediche da parte delle agenzie di controllo. Un tema sociale e politico di prima grandezza.

Un tema su cui nel 2014, a quattro anni dall’introduzione degli antidolorifici oppioidi nel mercato italiano, l’ex ministro Lorenzin lanciava l’allarme: in soli nove mesi, l’uso di antidolorifici oppiacei era cresciuto infatti del 9–13% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. “La soglia del dolore si sta abbassando e si consumano dunque sempre più antidolorifici, soprattutto oppioidi che, però, creano dipendenza” dichiarava l’allora direttore dell’Aifa. Un trend che non si è arrestato. Ma nell’ultimo Rapporto Osmed c’è una anomalia: pur rimanendo più o meno costante la somma di spesa, 295–296 milioni, a prima vista sembrano calare significativamente i consumi degli oppioidi maggiori e aumentare i minori, usati per i ‘mali quotidiani’. Tutto bene? Non proprio.

Alcuni farmaci sono stati infatti spostati dalla categoria ‘maggiori’ a ‘minori’ così che alcuni di quelli precedentemente usati per il ‘dolore acuto’ ora rientrano nella categoria d’uso del ‘dolore moderato’. Ad abbassarsi, in questo modo, non è solo la soglia di dolore, ma quella dell’attenzione sociale. Le conseguenze possibili sono le stesse illustrate da Travis Rieder: usare cerotti per il mal di schiena per liberarsi dal sintomo ma, presto o tardi, trovarsi a dipendere da questi. Il trionfo delle abitudini è lo scacco matto della libertà di scelta.

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