Maurice Dantec: «Solo in caos è reale a Babilonia»

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Nato nel 1959 nella «banlieue rouge» di Grenoble, Maurice C. Dantec è sicuramente fra gli scrittori più duri, radicali e politicamente controversi del panorama letterario francese di questo primo scorcio di XXI secolo. L’esordio risale a quindici anni fa, quando il suo primo libro, La sirena rossa, uscì nella «Série Noire» di Gallimard.

I personaggi principali del romanzo — edito in Italia nel ’99 da Hobby & Work — erano un reduce dalla guerra di Bosnia, Hugo Cornelius Toorop, e Alice Kristensen, ragazzetta in fuga da una madre spietata produttrice di snuff movies e porno estremi. Due figure tipiche della narativa di Dantec che predilige gli spostati, i marginali, ma anche i violenti depositari di segreti inconfessabili e pertanto costretti a scappare senza sosta da un capo all’altro dell’Europa.

Nella Sirena rossa, i due protagonisti cercavano di fuggire dai killer assoldati dalla madre di Alice, preoccupata che la figlia potesse rivelare il segreto e l’origine della sua ricchezza. Dantec riprenderà la figura di Toorop anche nei successivi romanzi — misto di feuilleton e science fiction — , in particolare nel suo libro più rappresentativo, Babylon Babies, edito in Italia da Hobby & Work nel 2000 e riedito otto anni dopo con il titolo Babylon A.D. (trad. di Luigi Bernardi), lo stesso del mediocre kolossal cinematografico, diretto da Mathieu Kassowitz nel 2008 e sceneggiato a quattro mani dal regista e Eric Besnard.

Neppure a Dantec il film sembra piacere molto: «Babylon Babies era un titolo forse troppo complicato per i produttori di Studio CanalPlus, forse per questo hanno deciso di cambiarlo. Il film, comunque, è mediocre e dalla sceneggiatura ha levato molti elementi fondamentali del romanzo. Ma il cinema francese è fatto così, si accontenta delle sue coppie in crisi nei loro monolocali».

Babylon racconta di un mondo prossimo alla rovina, tra conflitti locali e guerre civili. «Mai camminare nel senso del vento, mai voltare la schiena a una finestra, mai dormire due volte di seguito nello stesso posto, rimanere sempre nell’asse del sole, non avere fiducia in niente e nessuno»: sono queste le regole auree di Toorop arruolato, stavolta, dalla mafia siberiana per scortare dalla Russia agli Stati Uniti una donna depositaria di un segreto in grado di cambiare per sempre i destini dell’umanità.

Inutile dire che Maurice Dantec ha finito, a poco a poco, con l’identificarsi in Toorop: occhiali scuri, giacca di pelle nera, voce impostata, come i suoi personaggi, anche lui sembra un reduce o un sopravvissuto a chissà quale catastrofe.«Inutile dire che dopo quindici anni di lavoro letterario — confessa amaro Dantec, riprendendo le parole del suo Laboratoire de catastrophe générale edito da Gallimard nel 2001 — la cosa strana è rendersi conto fino a che punto l’istinto di uno scrittore è tanto puro quanto quello di un autentico assassino».

Anche Dantec, come Toorop, si sente portatore di un istinto e di segreto difficilmente esprimibili, ma che — a suo dire — è necessario comunque rivelare, in qualsiasi forma. Per questo scrive romanzi e si serve senza imbarazzi di parole come «Verità» (scritta con la maiuscola) e «rivelazione». «Ogni libro — ogni vero libro — è inevitabilmente al servizio della Verità che, come affermava Nietzsche, è un processo vivente».

Il libro, osserva ancora Dantec, «è un’arma virale al servizio delle rivelazioe e della Verità, che per definizione è terribilmente sola. Un libro che pretende di dire la verità è generalmente al servizio della menzogna sociale. Un libro al servizio della verità non è un chiacchierone impenitente, ma al contrario il custode di un segreto».

Lo scenario dei suoi lavori è, da sempre, la città postmoderna, dove centro e periferie perdono la loro naturale definizione e tutto diventa a poco a poco pericoloso e indistinto.

«Pensare e scrivere sono arti marziali, corrono sul filo, sempre divise tra equilibrio e distruzione. È in momenti di crisi come quelli che ci troviamo a vivere, quando tutto sembra tendere verso il polo della distruzione, che si aprono le più impreviste possibilità. Anche per la letteratura» — Maurice Dantec

«Solo il caos è reale», afferma citando le teorie sull’entropia sociale di Gregor Markowitz.

Le grandi città europee, osserva, «non si “trasformano” come credono gli ingenui, ma dolcemente si autodistruggono.
Diventano a poco a poco delle mega-banlieues transnazionali adatte ai flussi migratori incontrollati, per la semplice ragione che il capitalismo “etico-solidale” pretende di farci vivere in un mondo pacificato (per quanto ricoperto di genocidi) e senza la minima singolarità, neppure nell’immaginario. Ovunque lo stesso rap, ovunque le stesse t-shirt, ovunque la stessa musica». I suoi interessi lo hanno portato a confrontarsi con lo studio dei riti sciamanici, con il lavoro di Resnick sull’esperienza psicotica e di Jeremy Narby sul Dna e le origini della conoscenza. La svolta sul piano personale arrivò nel 1994, quando decise di calarsi nei panni del reporter di guerra, recandosi sui fronti più caldi della ex Jugoslavia, traendo da questa esperienza molto del materiale preparatorio poi confluito nei tre volumi di note e diari — a tutt’oggi, sono forse proprio queste le sue opere migliori — apparsi tra il 2000 e il 2006, con il titolo Le théatre des operations. Le continue prese di posizione non propriamente politically correct, la sua scelta improvvisa e imprevista di convertirsi al tradizionalismo facendosi battezzare dal domenicano Edmond Robillard, figura di spicco del cattolicesimo “nero” di di Montréal, dove nel frattempo Maurice Dantec si era trasferito, lo hanno almeno per ora relegato ai margini del sistema letterario francese, che gli preferisce la spocchia di Michel Houellebecq e i contorsionismi di Jonathan Littel. A Montréal, Dantec si considera provocatoriamente in «autoesilio». Anche il Canada, osserva, «è in pericolo come tutto l’Occidente, ma è al tempo stesso mille volte più giovane e cosciente delle proprie radici di tutti i poveracci asserviti della Repubblica “ségoléno-lepeniste”».

Criticato per le sue posizioni estreme contro l’Islam — «l’Islam è il deserto, quello stesso deserto profetizzato da Nietzsche», sostiene — accusato di simpatizzare per il movimento di estrema destra «Bloc identitaire» fondato nel 2003 da alcuni esponenti del «nazirock» transalpino, in seguito allo scioglimento di «Unité radicale» e al fallito attentato all’allora presidente Chirac, Dantec è comunque riuscito a mantenere intatta la carica eversiva della propria scrittura.

Una scrittura che predilige le tinte foste e le catastrofi, come nelle Radici del male (a cura di Luigi Sanvito, Hobby & Work, Bresso 1999), ambientato in una Parigi oramai alle soglie del terzo millennio, tra crisi economiche e periferie in fiamme. È in questo scenario urbano da incubo che il protagonista, Andreas Schaltzmann, si convince di essere rimasto l’ultimo uomo a combattere nazisti e alieni. Per portare a termine la sua folle impresa, Schaltzmann uccide e si nutre del sangue delle proprie vittime, e forse anche a causa di questo immane sacrificio riesce a penetrare — come dice il titolo — alle radici del male. «Il mio terreno sperimentale e di esperienza diretta», dichiara Dantec, «è il cervello umano. Credo che un libro sia una specie di arma telepatica. Molti, fra giornalisti e politicanti ne sono naturalmente immunizzati, i trapianti celebrali non sono ancora stati perfezionati». In questo senso, Dantec considera i propri libri come «macchine da guerra, macchine della quarta generazione, virus psichici al servizio della Verità».

Le Jazzman dans la station mir en déroute (2009) è nel catalogo dell’editore Albin Michel. Un lavoro, osserva Dantec, «condotto in due fasi distinte, separate tra loro da dodici anni». Da un primo progetto risalente al ’96, «per un’opera collettiva sulla morte di Albert Ayler, per la della “Série Noire”», dodici anni più tardi Dantec ha tratto materiale per una «riscrittura durata all’incirca due mesi». Che la letteratura sia morta, che la critica si sul punto di sparire lo preoccupa ben poco.

In fondo, confessa, «pensare e scrivere sono arti marziali, corrono sul filo, sempre divise tra equilibrio e distruzione». È in momenti di crisi come quelli che ci troviamo a vivere, conclude, «quando tutto sembra tendere verso il polo della distruzione, che si aprono le più impreviste possibilità. Anche per la letteratura».

[da il manifesto, 22 novembre 2008]

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