Tempo senza tempo: il dizionario-mondo dei Chazari

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Innanzitutto, il tempo. In Hazarski rečnik, romanzo-lexicon in mille parole di Milorad Pavić, ogni cosa è presente, fuorché il presente.

Il tempo, in questo straordinario romanzo-mondo, non procede, ma si torce attorno alla vicenda enigmatica e mitica dei chazari, popolo di probabile origine turca, altrettanto probabilmente stanziato nell’area caucasica ma scomparso dalla geografia e dalla storia un istante dopo la propria conversione in massa.

A quale religione si convertirono i chazari tra l’VIII e il IX secolo? Molte ipotesi sono state fatte, in particolare è nota - per alcuni, tristemente nota viste le varianti ad uso politico che ne sono derivate - quella formulata da Arthur Koestler che la individuava nell’ebraismo, finendo per identificare i chazari con una «tredicesima tribù», rispetto alle dodici di Israele, coincidente con gli ebrei dell’Europa orientale.

Pavić è più raffinato e, come nella favola dei tre anelli popolarizzata da Lessing, istruisce il lettore sull’esistenza di una verità, che nessuno - nemmeno il narratore - sa localizzare:chi tra il cristiano Cirillo, il musulmano Farabi ibn Kora e l’ebreo Isaak Sangari riuscirà a convincere il sovrano chazaro ad abbracciare la nuova fede?

Il romanzo tace ed è a quel punto che le tre figure “trasmigrano” nel tempo, in un procedere che ha le movenze dell’eterotopia di Borges, più che vere e proprie linee narrative, ricomponendo a oltre un secolo di distanza una nuova triade - Avram Branković, Jusuf Masudi e Samuel Coen - che, nel cuore della guerra tra Serbi e Turchi, nel 1689, si ritrova per riflettere sulla sorte chazara oramai persa nelle nebbie del tempo.

Ucronia e romanzo giallo, pastiche storico e affabulazione labirintica si ritrovano dunque nel Dizionario dei Chazari (357 pagine, 20 euro) che lo scrittore serbo diede alle stampe nel 1984 in due versioni, una femminile e una maschile.

Da poco pubblicato da Voland, dopo una edizione Garzanti esaurita da tempo, e proposto nella nuova traduzione di Alice Parmeggiani le due versioni del romanzo differiscono tra loro per un unico paragrafo.

Nella «copia femminile» - la scelta di Voland si è orientata in tal senso - la variante ha un po’ la funzione di indizio chiave: «avevo la sensazione che il nostro passato e il nostro futuro fossero nelle nostre dita», si legge nella lettera che la slavista Dorota Schultz - una delle figure chiave nella ricerca della storia perduta dei Chazari, stavolta dislocata da Pavić nel secolo XX - scriveva a se stessa. Eppure quel tempo emerge solo quando due dita (come nella vicenda dell’Adam Kadmon) si sfiorano e, nel cercarsi, sfiorano un vecchio manoscritto. Il lettore - al pari di Dorota - non legge, ma comprende tutto, pur vedendosi sfuggire l’elemento che chiuderebbe il cerchio. Ne esce trasformato: «pur senza leggere quelle pagine ho compreso di più che se le avessi lette», confessa Dorata.

«I nemici sono sempre uguali, o col tempo diventano tali, altrimenti non potrebbero essere nemici. Sono quelli che si differenziano davvero a rappresentare in realtà il pericolo maggiore. Essi cercano di conoscersi, perché le differenze non li disturbano. E sono i peggiori. Con quelli che ci permettono di essere diversi da loro, senza che quella diversità gli turbi il sonno» — Milorad Pavić

Pavić gioca scomponendo e ricomponendo il suo «falso storico» in tre diversi dizionari - rosso, verde, giallo - scritti in greco, ebraico, arabo, rilanciando la mano su “originali” che a loro volta si scompongono e rimandano in un processo indefinito e probabilmente infinito ad altri supposti originali.



I tre dizionari, come le triadi di personaggi, si muovono spinti da forze centripete e centrifughe al tempo stesso: gravitano nel tempo, come le loro verità. Tutte presenti, vive finché si scontrano. Morte, quando viene meno la relazione o il conflitto. Tutte le “verità” hanno comunque un senso in questa stasi, ma nessuna possiede il senso ultimativo della verità. Pavić lascia intendere che non vi è possibilità alcuna di scoprire un dato reale sui chazari, né sulla loro conversione, né sulla loro dispersione.

Dati e “verità” che esistono oramai solo nell’interpretazione e nel racconto degli interpreti delle vicende storiche chazare. Mundus est fabula e il mondo dei chazari è oramai solo ciò che si favoleggia di loro in un processo che guida l’immanenza, scombussolando mappe e territori: «niente si svolge nel percorso del tempo, il mondo non cambia attraverso gli anni, ma in se stesso e nello spazio in forme innumerevoli, mescolandole come carte e assegnando come compito il passato degli uni al futuro o al presente degli altri».



«Il tempo - commenta ancora Pavić, in pagine dove riscrive la genesi dell’Adam Kadmon kabbalistico - è solo quella parte di eternità che ritarda». Come ha individuato un acuto critico dell’opera come Jovan Delić, non è la linea e nemmeno il circolo, ma il prisma il modello logico-concettuale che muove il romanzo. Ogni elemento della triade (i tre dizionari, i tre teologi, i tre contendenti, le tre epoche nelle quali si dipanano i racconti) esiste solo nella relazione con un altro assente, il popolo chazaro, e il suo centro vuoto: il dizionario, il libro.

«Il tempo che in una città è già trascorso, in un’altra sta appena iniziando, tanto che fra quelle due città uno può viaggiare avanti e indietro attraverso il tempo. In una città maschile puoi incontrare in vita una donna che in un’altra città femminile è già morta, o viceversa. Non solo le singole vite, ma anche tutti i tempi futuri e passati, tutti i meandri dell’eternità sono già qui, spezzettati in minuscoli bocconi e suddivisi fra gli uomini e i loro sogni. (...) L’umanità divora il tempo tutto insieme, senza aspettare il domani. Il tempo, quindi, non esiste qui. Viene a inondare questo mondo provenendo da un’altra parte…» — Milorad Pavic

Anche la temporalità degli eventi sembra muoversi seguendo questa logica: il piano medievale e quello moderno sono rappresentati da due strati tematici del romanzo, cioè la base superiore e inferiore del prisma, mentre il piano mediano è seicentesco.

Tra un livello e l’altro del prisma - ha osservato un’altra attenta interprete, Jania Jerkov - i rapporti sono dinamici e l’Autore li dipana abilmente in un’ars combinatoria geometrica e fantasmagorica. Come un prisma scompone la luce, la combinatoria di Pavić disloca il proprio oggetto e lascia infine solo il lettore con il proprio desiderio di saperne di più. Un lettore non deluso, ma affamato: la domanda sulla conversione chazara diventa così la domanda di senso principale: «perché?».

A questo tipo di lettore, conclude ironico Milorad Pavić «non occorre neppure la clessidra dentro il libro, a ricordargli quando si deve cambiare il modo di leggere».

Pubblicato su Alias-Domenica, 15 novembre 2020

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