Teologia della comunità
Sussidiarietà e corporation benedettina

Marco Dotti
6 min readJun 17, 2022

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Racconta lo storico Ernst Kantorowicz che un giorno gli capitò di trovare nella cassetta della posta un bollettino liturgico, pubblicato da un’abbazia benedettina negli Stati Uniti. Subito, annota nella prefazione ai Due corpi del re, un classico degli studi storici e politici sul medioevo, la sua attenzione cadde sull’editore dell’opuscolo, “The Order of St Benedict Inc.”, e su quel suffisso: “Inc”., Incorporation.

William Cavanaugh, Field hospital

Per uno studioso «proveniente dall’Europa e non abituato alle sottigliezze del pensiero giuridico anglo-americano», prosegue tra l’autoironico e il divertito Kantorowicz, «nulla avrebbe potuto essere più sconcertante del trovare l’abbreviazione Inc., usuale per le società commerciali o d’altro tipo, connessa alla venerabile comunità fondata da San Benedetto sulla collina di Montecassino nello stesso anno in cui Giustiniano abolì l’Accademia platonica di Atene».
Che cosa c’entrasse un ordine monastico con una corporation dotata di una personalità giuridica sua propria, ma in una forma quasi sempre associata a entità commerciali gli fu chiaro di lì a poco, quando un amico lo informò che «le

congregazioni monastiche erano davvero considerate corporation in questo Paese, che lo stesso valeva per le diocesi della Chiesa cattolica e che, per esempio, l’arcivescovado di San Francisco poteva figurare, nel linguaggio giuridico, come corporation sole», ovvero — e qui la cosa si complica — un’entità giuridica costituita da un unico ufficio. L’aneddoto raccontato da Kantorowicz in apertura del suo capolavoro sintetizza magistralmente quell’intreccio fra comunità e economia, tra società e diritto, tra spazi di autonomia e libertà e accentramento statale, tra radici e oblio che, ancora oggi, costituisce la trama profonda della nostra cultura.

In un saggio dedicato al tema, significativamente titolato Are Corporations People? The Corporate Form and the Body of Christ, saggio infine raccolto nel libro Field Hospital. The Church’s Engagement with a Wounded World (Edermans, 2016), il teologo cattolico americano William Cavanaugh ha ricordato che c’è un legame importante tra l’opera di Kantorowicz, tutta tesa a studiare, alla fine del medioevo, la “traslazione” dell’idea di corpo mistico al nascente Stato moderno, e quella di Henri De Lubac.
Per Kantorowicz, il concetto liturgico di corpo mistico (il corpo imperituro, che si affianca al corpo mortale del sovrano) non scompare, ma muta, assumendo una valenza sociologica e giuridica.
Il linguaggio teologico viene così piegato alle soglie della modernità al fine di rivestire di segni regali il nascente corpo politico statuale.

Questo “misticismo” del corpo sarebbe via via stato filtrato da un processo di quasi-secolarizzazione, trasferendosi fino allo Stato-nazione e, da lì, al nazionalismo e la post-modernismo bellico.
Nello stesso periodo in cui avveniva questo passaggio, osserva Cavanaugh, l’impresa commerciale (corporation) si affermava come idealtipo del soggetto e della personalità collettivi, sostituendo a poco a poco la metafora organica del corpo con quella del contratto sociale, riducendo così tutti i corpi organici e naturali a sottotipi di quell’unico, grande modello.
Il problema, qui ridotto ai suoi minimi termini, diventa così via via più complesso di quanto l’aneddoto sulla corporation benedettina, collocato da Kantorowicz come esca in apertura del suo studio, non facesse intendere.
Allo studioso tedesco, però, non poteva sfuggire una differenza, rimarcata da Cavanaugh: la “persona collettiva” ha un ruolo centrale e del tutto peculiare nel Cristianesimo.
Il popolo Dio e il corpo di Cristo sono persone collettive — ricorda Cavanaugh, nel cui pensiero ecclesiologico è centrale il momento eucaristico (da qui la sua autodefinizione: «sono un anarchico eucaristico»).
La personalità collettiva è il fondamento della pratica cristiana della solidarietà. Ciò detto — da qui il probabile stupore di Kantorowicz — questa collettività non può essere ridotta unicamente a una mera personalità giuridica di tipo commerciale nella quale gli individui possono entrare o uscire in forma anonima, senza rituali o crismi, ma con adesione sempre reversibile, restando però individui.
Nel Cristianesimo, insegnava invece Sant’Ilario parlando dell’incarnazione di Cristo, non è in gioco unicamente una corporatio, ma una concorporatio: un’antropologia cristiana della persona come essenzialmente e costitutivamente relazionale.
Un essere-con, al fine di essere-per.

Un’antropologia teologica della sussidiarietà

La nostra cultura è profondamente radicata in un’antropologia teologica. Un’antropologia teologica che -osserva lo studioso americano- inevitabilmente si connette con un’idea forte, non procedurale, di sussidiarietà e con una concezione di corpo sociale giocata in uno spazio di autonomia e libertà, ma anche di conflitto.
Richiamandosi al sociologo Robert Nisbet e al suo The quest for community (Oxford University Press, 1953), Cavanaugh ricorda come nel moderno il conflitto che tendiamo a leggere e raccontare tra individuo e Stato è, in realtà, conflitto dello Stato con i corpi intermedi.
Un conflitto che tende a “slegare” costitutivamente gli individui, riaggregandoli in pseudo-corpi collettivi profondamente distanti da ogni «spazio di possibilità» e di azione comune.
Il tema della sussidiarietà, per Cavanaugh, si colloca nel segno di questa grande divaricazione moderna nata dalla perdita della consapevolezza che i corpi intermedi erano di per sé, in sé, capaci di essere popolo.

Non mero aggregato di individui, ma corpo

Possiamo leggere la sussidiarietà come un principio procedurale, che dà per scontate le strutture politiche odierne ma ritiene che i problemi sociali vadano risolti a un livello più basso per garantire maggiore efficacia all’azione.
Oppure, osserva Cavanaugh, possiamo leggere la sussidiarietà «come qualcosa che si radica in un’antropologia teologica che si oppone in profondità alla tendenza, propria dello Stato moderno, di ridurre le relazioni sociali a una oscillazione continua fra Stato e individuo».
Questa seconda linea si riconnette al tema dei corpi collettivi nel cristianesimo ed è stata analizzata da Robert K. Vischer, in un suo articolo dedicato a “Subsidiarity as Subversion. Local Power, Legal Norms, and the Liberal State” (in Journal of Catholic Social Thought, vol. 2, n. 2, 2005). Secondo il giurista americano, al di là dei consensi generici e della proceduralità, occorre «recuperare la radicalità della sussidiarietà ricollegando il suo quadro localizzativo alla visione antropologica sostanziale della solidarietà».
Compresa in questo contesto, infatti, «la sussidiarietà si rivela come una proposizione fondamentalmente sovversiva rispetto alle norme iperindividualiste», oltre che un antidoto al collettivismo.
In particolare, osserva Vischer, la sussidiarietà «chiede che gli individui e le comunità riconoscano il valore oggettivo della persona umana mentre si sforzano di soddisfare i bisogni di coloro che li circondano».
Il liberalismo moderno, soprattutto nelle sue teorie della giustizia e del bene sociale, tende a considerare l’individuo come un agente razionale decontestualizzato, distinto dall’influenza formativa degli altri.
La sussidiarietà si configura come ricontestualizzazione sociale primaria, da parte dei corpi intermedi, e come risposta forte «a questa antropologia atomistica, ricordandoci che la persona umana è, prima di tutto, relazionale (…) e questa natura relazionale deve plasmare non solo la nostra visione teorica della società, ma anche le nostre risposte pratiche ai problemi sociali quotidiani».
I corpi intermedi, in quest’ottica, non hanno solo diritto a un riconoscimento nello spazio pubblico.
Sono spazi pubblici in sé: incorporation, nel senso più alto del termine. Kantorowicz non si era sbagliato.

Fonte: .Con, n. 11 (2022)

Immagini:
© Joel Meyerowitz
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© Luca Massari / Concattedrale Gran Madre di Dio in Taranto.

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Marco Dotti

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